mercoledì 29 agosto 2012

CAPITOLO II: L’ultima condanna a morte



L’ultimo processo contro un alchimista fu istruito a Venezia, il martedì grasso dell’anno 1888, lo stesso in cui Jack “the ripper” mieté le sue 5 vittime a Londra. Fu grottesco. Esso si tenne dinanzi a una foltissima folla, ignara di tutto. Fu una specie di sfida boriosa, che per un vezzo inutile, rischiava di mettere in pericolo la segretezza perseguita in modo così maniacale dal gruppo, e, con ciò, addirittura di far perdere la vita di centinaia di persone. Qualora infatti agli alchimisti fosse venuto in mente che qualcuno dei presenti avesse avuto idea, o intuito, di cosa si trattava in realtà, non avrebbero esitato a ucciderli tutti, pur di evitare rischi. Una decisione delle solite, assurda, come tante altre, del Fante di Coppe. Per fortuna loro nessuno dei presenti seppe mai, o intuì, di cosa si trattava e pensarono solo di assistere a una buffissima farsa in cui un ragazzino imberbe, pieno di spocchia, e dalla loquacità non comune vista l’età, giudicava un anziano colpevole, secondo l’accusa, impersonata da un uomo vigoroso e forte, sui cinquanta anni, e con accento dell’est, di essersi fatto rubare qualcosa di prezioso. Una preziosa ricetta di cucina, da quanto si poteva evincere. Il fatto che egli cercasse di non essere condannato per il furto subito (e non uno realizzato), di qualcosa di poco conto (una ricetta appunto), unito a quello che un giovanetto fosse, indiscutibilmente, la più alta autorità in mezzo a una giuria di persone tutte più anziane di lui, faceva morire dal ridere una platea divertita da questo mondo al contrario. Su un lato della piazza, a ridosso di un muro, era stata eretta una tribuna, su di essa, al centro, occupando lo scranno più alto e stupendamente fregiato, il giovane. Egli era considerato la persona di maggior saggezza e appellato “eminentissimo”. Sedute a semicerchio, con contegno solenne, altre figure vestite in modo sfarzoso, ma sinistro, una ventina, molti con lunghe barbe, e gli occhi piccoli e rugosi, non parlavano, ma ascoltavano con attenzione, al massimo annuendo, o scuotendo il capo di tanto in tanto, o emettendo un brontolio, durante i passaggi più interessanti della difesa o dell’accusa. Il pubblico si divertiva e rideva a sentire il giovane giudice rivolgersi all’imputato, decrepito e dalla lunga barba, con aspetto venerando, in modo inquisitorio e irriverente. Formulava domande con un tono irrispettoso ed incalzante, dandogli ripetutamente dell’imbecille e dell’incompetente, e quello balbettava vergognosamente vaghe scuse, farneticando in preda al terrore e alla confusione mentale, ammettendo, lui per primo, la sua cialtroneria. Il processo era più una umiliazione pubblica che altro, e andò avanti per ore, di notte, su una piazza illuminata da lanterne colorate, dove pure era posto un alto patibolo, con una ghigliottina che “pareva vera”. Nel frattempo, attorno, impazzava il carnevale e gente spensierata e allegra si baciava in pubblico, urlava e scherzava gioviale e volgare.
Alla fine, l’anziano fu condannato a morte e la sentenza letta lentamente, in latino, da una voce baritonale di enorme fascino e solennità, che richiamò in modo perentorio l’attenzione degli occasionali spettatori. Tutti ammutolirono mentre il giudice si alzava in piedi per dare l’ordine dell’esecuzione, che fu eseguito immediatamente, sul posto, tra le urla implacabili e il panico orribile dell’anziano dalla lunga barba, che si dissolveva stridente tra il silenzio, incredulo e un po’ sgomento di chi era vicino alla scena ed era rimasto inquietato dalla verosimiglianza della disperazione del morituro, e le risate di un pubblico sbronzo e festante più lontano e disattento, o sperso tra giochi e amenità per tutto il resto della piazza e dei vicoli limitrofi. D’improvviso un fortissimo scroscio di pioggia gelida sorprese tutti, proprio poco prima che la mano malferma e anziana di un altro alchimista, mascherato con un lungo becco da corvo, facesse cadere la pesante lama e la testa rotolasse. Il pubblico, distratto dall’improvvido cambiamento climatico, abbandonò di corsa e urlante il posto senza soffermarsi sul finale della supposta farsa, e sul fatto che il capo, caduto nel cesto di crusca, non fosse finto. Settimane dopo dei barcaioli trovarono un corpo senza vita e col capo mozzo in un canale. Si indagò, ma nessuno ricollegò l’accaduto al processo carnascialesco, anche perché il corpo non era corrotto e pareva essere deceduto il giorno stesso. Non se ne venne a capo. Lo inumarono senza la testa, che non fu mai trovata.
L’anziano giustiziato aveva una prodigiosa abilità per alcune branche dell’alchimia, anche se non era in possesso di una formula di immortalità di gran pregio. Aveva l’aspetto di un ottuagenario, e secondo la leggenda, s’era imbattuto secoli prima con un elisir che lo faceva vivere in eterno, quasi per caso, mentre si dedicava alla sua specialità prediletta. Difatti aveva creato già molte fiale con spiriti intelligenti, vapori parlanti, anime estratte da elementi della natura e poi intrappolate in ampolle o cristalli, con le quali dialogava spesso e che interrogava sulle origini, la composizione e le sorti dell’universo. Era anche un erudito demonologo che interrogava spiriti antichi e spesso malvagi. All’inizio della sua carriera aveva iniziato studiando i procedimenti per costruire un Golem, questa era la grande passione della sua esistenza. Aveva sempre raggiunto eccellenti risultati, poi aveva notato gli effetti di quella sostanza che non lo faceva invecchiare più, ed aveva deciso di fabbricarla ed assumerla costantemente, cambiando il suo proposito originario, che voleva seguire i ritmi della natura, per l’insorgere in lui di un acuto e implacabile terrore della morte. C’è da credere che dai suoi dialoghi con gli spiriti della Natura non avesse ricevuto buone notizie e avesse saputo di un destino che lo atterriva, ma non lo rivelò mai a nessuno. Neppure il giorno del processo disse cose precise, farfugliò solo incoerenze e allusioni che non convinsero nessuno della necessità di una assoluzione e meno che mai il crudele giudice. Il miglior argomento a sua difesa fu il terrore con cui reagì alla lettura della sua condanna, e gli strattoni e pianti, le grida e le suppliche che si spensero solo sul filo della mannaia. Lasciò tutti sgomenti, tranne il giudice, che rise di gusto e tutti dietro a lui, forse per piaggeria, mentre la pioggia li batteva impietosa come la ghigliottina.
Il fatto è che essendo molto anziano, dopo vari secoli di vani tentativi per perfezionare la sua formula dell’elisir di lunga vita, si era messo, ed era riuscito, a fabbricare un famiglio che lo aiutasse nei lavori domestici e anche nella preparazione della sua ricetta, che per sua disgrazia doveva assumente settimanalmente e tardava parecchi giorni a preparare. Pur andando avanti da almeno due secoli, sperimentando in condizioni massacranti, chiuso nel laboratorio, a volte per giorni interi, senza uscire mai, dormiva e mangiava lì, non aveva trovato migliorie significative, anzi nulle. Il famiglio era stato creato coi mezzi a disposizione nella bottega e nel giardino accanto, ricco di argilla, ma non aveva le forze per maneggiare molto materiale, né la possibilità di acquistarne e accumularne, riuscendo al contempo a seguire la sua ricetta d’immortalità.
Perciò si limitò a raccogliere, in faticose e varie sedute, un piccolo ammasso di creta (si suppone dal colore dell’essere e la conformazione geologica della terra che lo circondava, ma il procedimento corretto lo sapeva solo lui) e ne fece un piccolo e bitorzoluto servitore, dai denti radi, la testa sproporzionata. Un famiglio resistente, ma di braccia e gambe corte, un’intelligenza che sfociava più sulla furbizia che altro. Un essere del genere ha una aspettativa di vita di qualche decennio, lo fece in modo tale che gli prendesse un infarto secco a un certo punto, così da non essere costretto alla sua soppressione, dato che di accudirlo in agonia non se ne parlava di certo. L’esserino era molto servile, ed utile, ma dopo anni di schiavitù, iniziò, curiosamente, a pensare con una certa autonomia, si era scottato varie volte in laboratorio, sapeva bene cosa fosse il dolore, forse ne aveva fatto tesoro, e si era posto domande. Aveva fabbricato di tutto, anche oro, era molto destro, aveva visto, in varie occasioni, cosa si può ottenere da esso, perché era lui a realizzare le commissioni per il padrone, e, soprattutto, aveva visto, girando per il mercato mentre faceva le compere, che con esso si può addirittura ottenere l’amore delle donne e la loro compagnia. Non c’era cosa che desiderasse e lo incuriosisse di più. Aveva una tale attrazione verso le donne, che ne chiedeva spesso notizie al vecchio padrone, ma quello, dopo delle prime spiegazioni, si irritava per l’insistenza del piccolo, che gli faceva tornare in mente bei ricordi (e brutti pure) ma in ogni caso gli ricordava che egli, ora, così come stava messo, non avrebbe potuto andare con una di loro. Gli promise comunque che se lo avesse aiutato bene lo avrebbe ricompensato e sarebbero andati entrambi a donne, a spese sue. Quello lavorò ancora più alacremente, ma il tempo passava, i risultati non arrivavano, anno dopo anno, il maestro era divenuto persino più scorbutico e distante dalle sue petulanti richieste. Il maestro non moriva, ma lui stava diventando vecchio, sentiva già qualche acciacco, a volte si appisolava, fantasticava, e invece di andarsene in giro, come era solito fare da giovane, quando il maestro parlava coi suoi spiriti, che trovava oltremodo noiosi, una parola ogni quarto d’ora, col tempo, aveva iniziato ad origliare. Anche lui aveva ascoltato qualcosa di spaventoso allora, tanto che una notte forzò la sua natura fino a riuscire a fare qualcosa di incredibile per lui, che da quando era nato era sempre stato, come era stato creato per essere, così succube e fedele al padrone. Di soppiatto, mentre il vecchio dormiva, gli rubò la ricetta che fabbricava da mattino a sera e da sera a mattino. Poi assunse il farmaco della vita eterna. Avrebbe saputo rifarla ad occhi chiusi ora! Al giorno seguente il vegliardo si trovò da solo. Notò che alcune carte erano sottosopra, capì che il servitore aveva appreso quello che gli mancava per essere autonomo nella preparazione del farmaco e se l’era svignata. Per paura di essere incriminato e processato fece la scelta più sbagliata, tacque del furto, sperando che i rimorsi e la fedeltà con cui lo aveva plasmato e legato, lo facessero tornare da lui, ma ciò non avvenne mai. Il piccoletto anzi ormai godeva della vita che aveva sempre sognato, autonomo, lavorava a ritmo suo, senza attendere le lungaggini del vecchio, fabbricava la sostanza, la proponeva in dialoghi riservati, la faceva provare per un po’, poi si faceva pagare da clienti entusiasti. Col molto danaro che aveva ottenuto aveva cambiato vita, ormai era ben vestito, cappotto, stivaletti, cappello, il barbiere gli pettinava i capelli radi, e lo impomatava per bene, le donne adoravano la sua generosità, andavano spesso con lui, ed egli era ben considerato ed apprezzato. 
In poco tempo, però, la situazione per la segretezza dell’elisir, era enormemente peggiorata, e quando gli alchimisti ne ebbero notizia, si capì immediatamente la gravità della stessa: essa pareva essere sul punto di sfuggire di mano. Un tale, un tipo piccolo e gobbo, con un testone calvo, i denti radi e una faccia da lacchè, affermava di avere un elisir che mantiene sempre giovani. Poteva essere una bufala delle solite, ma il tizio chiedeva cifre esorbitanti per il prodotto, era schivo e si rivolgeva casa per casa solo a borghesi ricchi, nobili, aristocratici, cosa che insospettì i componenti del Circolo e li spinse ad indagare. Uno di loro ebbe notizia di questa storia da un nobile che frequentava fingendo la sua vita normale, gli si accapponò la pelle e volle vederci chiaro, riferì immediatamente tutto agli altri. In breve scoprirono la verità. Furono implacabili. Il famiglio sotto tortura dovette meticolosamente rivelare tutto: motivazioni, scopi, fatti, e soprattutto a quanti soggetti avesse venduto il prodotto e a quanti ne avesse parlato. Questi soggetti furono uccisi tutti, poi si realizzarono altre ricerche per sapere se il ladro avesse omesso di dire qualcosa di significativo. Nonostante non uscisse alcuna nuova, il Circolo decise di sterminare comunque anche tutti coloro che avevano avuto contatti, di ogni genere, con l’improvvisato alchimista. In un breve arco di tempo furono avvelenate una trentina di persone, la maggior parte appartenente alla ricca borghesia o alla nobiltà. Morirono tutti all’istante, quindi nessuno di loro aveva assunto la sostanza. Il famiglio, quando si ritenne che era stata fatta piazza pulita di coloro che potevano sapere o sospettare qualcosa, fu giustiziato, ma la sua morte fu, insensatamente, lenta e dolorosa, e sempre per scelta autonoma dell’alchimista di più alto grado. Insensatamente perché le sue sofferenze non potevano spaventare, né fungere da deterrente verso nessuno, dato che tutto fu realizzato nella massima segretezza. Solo poi il vecchio fu processato e decapitato.

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