giovedì 29 marzo 2012

SONNOLENZA POSTPRANDIALE

E dopo qualche altra Guinness si stempera, poi dilegua in una assolata nube di pensieri l’irritazione quotidiana per il presente. All’ennesima dolcemente torna, alla mente colta da sopore, il ricordo degli anni passati, quelli prosperi e felici dell’infanzia, ed ecco che un lieve odore di catrame si sprigiona dalla coppa vuotata e invade la stanza lasciando fiorire nella memoria trasognata la figura del porto, e richiamando la fragranza del Viavà e i felici anni '80, quegli scomparsi aromi tumorali, le pile cancerogene ricaricate al termosifone e gocciolanti acidi come uberi di giovenche. Tornano alla mente pomeriggi interi spesi nel nulla, i compiti e il catechismo, quando il clero occultamente inculava, in modo metaforico e non, le future generazioni. Erano allora prepotenti le pulsioni adolescenziali, ma si sviluppavano nel martirio rigoroso della carne, temprata la temperanza nella frustrazione della chiusura dei bordelli, dei sensi di colpa e senza il compendio dell'odierno onanismo su internet. Fiorivano lire ovunque, piccole mani paffute scialavano in stickers e bigbabol porzioni di stipendi ora decurtati o inesistenti. La natura stessa, col volto smorfiato in un artificiale ghigno, parlava di prosperità dalle profondità delle falde e dei corsi d'acqua eburnei e inquinati. Promettevano i rivi contaminati e i boschi sommersi di mondizie, abbondanza di beni, testimoni fededegni di un mondo prospero e felice traboccante di oggetti e plastiche. L’inquinamento ambientale non conosceva i limiti della proterva arroganza di normative rigorose e una sana corruzione democristiana strangolava con parca metodicità il cittadino italico ancora in grado di acquistare case e operosamente indaffarato ad ipotecare un futuro altrui nel rispetto ferreo della regola virtudiosa del minimo sforzo. Nel torpore ebbro del meriggio postprandiale riappare la famigliare e bonaria sagoma del nonno che offre gelati privi di tabella nutrizionale. Con gioviale sapienza racconta terribili storie di guerra tollerando, al contempo, nella salda indulgenza di chi qualcosa ha pur fatto nella vita, la protervia scanzonata di una generazione di figli imbecilli, spesso inclini ad accapigliarsi, anche con le armi in pugno, dietro a una politica da stadio, assolutamente scevra della tracotante intenzione di risolvere qualsivoglia problema concreto. Tra stanche e pigre chiacchiere, virtuosamente prive di senso alcuno o di adesione alla realtà, ponevano le basi, i tapini dell’epoca, sì destri in operosa demenza, per demolire le conquiste di anni di lotte, ottenute col sangue e il lavoro delle passate generazioni. Nella placida indifferenza per gli sforzi del passato, e per le conseguenze sul futuro, si ostinavano a concedersi con indulgente malagrazia le loro eccessive pretese di bimbi capricciosi. 

martedì 6 marzo 2012

Opinione sulla ipertrofia di scaramanzia e superstizioni in Italia

Certamente uno potrebbe iniziare il discorso con un bel florilegio di erudite scempiaggini che mettano in luce, magari con quel consueto languore nostalgico da polveroso topo di biblioteca, l’antichità e le origini ancestrali e sacre di comportamenti (gesti, pensieri, parole) fatti e detti con lo scopo irrazionale e stupido di influire attraverso di essi sul percorso del futuro ed ottenere la concretizzazione di una o altra opzione possibile, dominando o blandendo l’imponderabile col fine illusorio di poter navigare sempre su acque fortunate e liete. Ogni italiano troverà in sé decine e decine di cose che fa o non fa, dice e non dice, per provare a ingraziarsi la Fortuna e scongiurare un pericolo. Agli italiani non basta scherzare con la legge di Murphy e nel trascorrere di una sola giornata conterà svariati e più o meno diretti o obliqui riferimenti di chiunque vicino a sé a “iella”, “sfortuna”, “sfiga”, “scarogna” etc. per spiegare accadimenti vari o per scongiurare un avvenire nefasto. Senza contare poi tutti quelli che credono al malocchio, all’invidia e simili puttanate e ne difendono l’importanza e la potenza e peggio ancora provano a darne una spiegazione a volte addirittura sfacciatamente speudorazionale. Anche la letteratura italiana ha celebri esempi, sconosciuti altrove, di autori geniali penosamente costretti a trattare di questo particolare tema -e malcostume- che sfocia nell’ossessivo e persino nel violento e a cui sottende un peculiare e, al solito (per gli italiani), pidocchioso e da tempo anacronistico modo di rappresentarsi la realtà delle cose. Trovare le radici ancestrali e profonde di gesti che sono capitolati fino a noi dalla notte dei tempi, e che in qualche caso hanno assunto anche una valenza del tutto diversa e inopinata, migrando in ambienti nei quali sono stati adottati in modo del tutto fortuito e impensato, potrebbe anche essere divertente. Sarebbe un discorso forse anche da dotti, da vecchie, ma tutto sommato interessanti, mummie appassionate di antropologia e culture scomparse, se il paese non fosse già abbastanza vecchio. Le corna, per esempio, da qualche decennio sono tratto distintivo degli amanti dell’Heavy Metal, il saluto tra coloro che condividono questa passione, private, nel contesto, di qualsivoglia valenza ben augurale o apotropaica. Ma non è questo il punto della questione e il dato più interessante della ossessiva e massiccia presenza della scaramanzia nell’esistenza di un italiano medio. Il dato principale, per un italiano, sarebbe chiedersi e cercare di capire perché nel suo paese sono ancora così fortemente radicati e ipertrofici modi di agire che in altri posti, che in passato erano altrettanto ignorantemente legati ad essi, con ogni probabilità solo per via del comune minor grado di conoscenza del mondo da parte dei popoli antichi, sono del tutto scomparsi e, semmai, rimangono come mero sedimento gestuale o orale privo della minima adesione emotiva e valenza concreta. Dopo tutto quello di “credere” o riferirsi costantemente alla “sfiga” (neologismo pessimo su cui ci sarebbe molto da dire e che pure mette in luce la pochezza mentale e spirituale degli italiani di oggi) come a un dato concreto e minacciosamente presente, in modo costante ed intenso nel tragitto del divenire, non è altro che il frutto di una determinata rappresentazione del mondo. In essa si attribuisce in buona parte all’imponderabile e all’incerto, prediligendoli ad altro, il motore più profondo dei meccanismi di cause e effetti (semplifichiamo!). Per un italiano come per nessun altro, nell’Occidente contemporaneo e civile, figlio della splendida rivoluzione scientifica degli ultimi secoli, il mondo non è solo duro e faticoso, come per qualunque altro essere vivente, ma anche in buona parte ingovernabile e arbitrariamente noncurante-cieco, o addirittura biecamente ostile, agli sforzi e alle scelte razionali dell’agente. Per riuscire in qualche modo ad imbrigliarlo e indirizzarlo con buona prospettiva di verosimile successo verso percorsi favorevoli non è necessario-sufficiente realizzare al meglio l’attività che si vuole portare avanti, ma lo è anche, e preferibilmente, conoscere dei meccanismi occulti e “magici” che riescano a ingraziarsi forze potentissime e imperscrutabili detentrici, da sole, del truce strapotere di condannare chiunque, senza opzioni di sorta, in qualunque situazione si trovi, con qualunque grado di impegno abbia affrontato la sua attività, all’insuccesso e alla sconfitta. Si tratterebbe di un pericolo concreto e frequente. Ebbene anche io ho, da buon italiota, creduto alla “sfiga” in passato, e qualche volta, come tutti gli esseri umani del mondo, la ho anche sperimentata: quella vera (qualcosa va storto e non ci si può fare nulla) e quella finta (qualcosa sembra essere andato storto senza che ci si potesse fare nulla). Curioso, ma meramente aneddotico, poi, che nella mia biografia abbia creduto alla “sfiga” quando non avevo ancora avuto significativi e veramente duri colpi della sorte. Al liceo andavo facendo sempre la stessa strada, avendo in tasca determinati oggetti, guardando determinati punti della città ed evitandone altri, circondato da compagni che (lo vedevo con certa curiosità) entravano in chiesa ogni mattina, o in determinate occasioni, dicevano determinate frasi e ne evitavano altre, evitavano addirittura certi bidelli o se li incontravano ti toccavano recitando formule esorcistiche, compivano strani e bizzarri rituali che poi erano anche ripresi e riabilitati da quei filmacci definiti comici e tipici solo di questo piuttosto schifoso paese. Sono passato per questo stadio, immerso in una esistenza noiosa, atterrita e servile, per fortuna, per non troppo tempo. Presto ho scatenato la mia vera natura, me ne sono liberato. Di colpo mi sono svegliato buttando via con disgusto tutto questo montone di immondizia e catene, iniziando al contempo a nutrire in me un astio e una insofferenza feroci verso chi alimenta e propizia tali scempiaggini. Astio e insofferenza che sono andate crescendo col passo del tempo, specie dopo l’assunzione di un punto di vista più chiaro ed oggettivo sulle cause vere e sullo svolgimento di determinate vicende apparentemente maledette dal turpe crisma della “sfortuna”. Il fatto è che nel paese dove sono nato molti degli esisti delle attività che si realizzano appaiono come inspiegabili, attingendo, per comprenderli, unicamente a dati “reali” a disposizione. Vale a dire, e per semplificare, soprattutto alla cura e dedizione con la quale una attività viene preparata e svolta da un agente. Diciamo che, prendendo una situazione tipo molto lineare, tra l’attività svolta da un attore e il raggiungimento di un determinato risultato che dovrebbe esserne la sua normale conseguenza, esiste una maggiore aleatoria discrepanza di quella che i dati obiettivi e concreti che si maneggiano e conoscono porterebbero a credere come verosimile. Questo invade un po’ qualunque attività in qualunque ambito, sin da giovanissimi: dai compiti in classe, agli esami universitari, al lavoro, al successo in ogni ambito, comprese le attività sportive, la burocrazia, le relazioni con gli altri, con l’amministrazione; praticamente tutto. La mia impressione è che se un inglese, per esempio, conferisce all’alea un valore di una unità su cento nella determinazione e previsione di un certo evento, risultato, conseguenza, di cui progetta il conseguimento, un italiano gli attribuisce (e in un certo senso è consono che gli attribuisca) un valore dieci volte maggiore. Eppure in ambedue i posti e in tutto il resto del mondo e dell’universo valgono esattamente le stesse meccaniche e regole fisiche, per le quali è assolutamente certo presupporre che le stesse attività realizzate in qualunque posto debbano (nei grandi numeri) avere esattamente le stesse conseguenze. Ebbene nonostante questa inequivocabile affermazione libera da ogni ragionevole dubbio, a tutti i comuni mortali con carta d’identità italiana succede ed è successo, con una sospettosissima frequenza, esorbitante a qualsivoglia ragionevolezza e regola statistica e scientifica, di vedere distorti i vincoli normali tra premesse e conseguenze. È così! Sono cresciuto e mi sono formato in un ambiente che deve essere definito spaventoso, foriero e fomite di innumerevoli dubbi, paure, insicurezze, timidezza, nel quale spessissimo si vedevano svanire gli esiti necessari di sforzi ben realizzati, e al contempo si contemplavano bizzarri trionfi ottenuti con asserite “botte di culo”, soluzioni inopinate a problemi di alcuni, fronte a insorgere di ostacoli impensati che vanificavano tutto il lavoro di altri. La mia vita è stata piagata da decine e centinaia di compiti in classe con voti mediocri, dinanzi a voti eccellenti di perfetti imbecilli, incapaci di parlare un italiano minimamente corretto o di dire qualcosa di interessante, esami poco soddisfacenti a contrappunto di vicende di compagni di studio poco brillanti premiati da una clamorosa buona sorte (l’esame è una lotteria, qui si dice, ma non è vero!), rifiuti lavorativi di tutti i tipi motivati nei modi più rocamboleschi e fantasiosi, opposti ad assunzioni miracolose ed economicamente insostenibili etc. Senza tacere, nonostante la ripugnanza che mi suscita il tema, le lamentele di amici appassionati di calcio, oggi stupidamente basiti dalle dinamiche mafiose presenti in quest’ambito. Assistere costantemente al teatro della distorsione del legame naturale tra sforzo e risultato, sia quando lo sforzo ben indirizzato non dà il risultato, sia quando uno sforzo inconsistente ne dà, crea una anche inconscia adesione al fatalismo, e una passività che danneggiano tutti. Per molto tempo sono stato indotto a pensare di avere una percezione del tutto equivoca (io) del mondo in cui vivevo, e di dover riassettare i miei giudizi sugli altri, posto che coloro che consideravo degli autentici cretini e delle oche, avendo una qualche reticenza, nonostante una forte insicurezza personale, e remora a includermi nel gruppo, erano a conti fatti tutti persone più brave e capaci di me. Ma anche la sorte esiste, ha un ruolo, e grazie ad essa, (e questa volta con il valore corretto di una unità su cento) oltre che un po’ in virtù della mia testardaggine nel voler conoscere le cose, e ad azzeccate scelte strategiche per ottenerlo, sono col tempo venuto a capo dell’occorso nella maggior parte delle situazioni che il mio scettico intelletto vedeva come anomale e che tutti rubricavano come appartenenti all’universo dell’imponderabile (sfortuna, fortuna). La sorte non c’entra assolutamente nulla. Il fatto è che in Italia si chiamano “fortuna” e “sfiga” i frutti di intrallazzi e mafiate così capillari e diffusi che arrivano a condizionare terribilmente la vita di tutta la popolazione. Le botte di culo non sono tali, sono il frutto di bustarelle, padri e madri pessimi che regalano ai figli esami universitari e concorsi, telefonate, accordi occulti, fregature date a ignari poveri diavoli, favori, schifezze varie, leccate di culo, etc. Tutte pratiche che ovviamente si conoscono e riconoscono, non è che stia qui a scoprire l’acqua calda o a far mostra di una mia speciale ingenuità che sarebbe vicina alla cretineria, ma probabilmente molti non sospettano possano essere così massicce e frequenti, entrando in così tante piccole situazioni da arrivare a incidere inconsciamente persino sulla rappresentazione del mondo che un italiano possiede. Tutti infatti occultano le proprie furberie pensando di possedere magari un segreto esotico e inconfessabile e non hanno idea delle proporzioni esatte del fenomeno. Io stesso solo anni dopo ho saputo le circostanze concrete e visto coi miei occhi come vanno le cose, dove impensabilmente persino al liceo ochette quindicenni probabilmente avevano le versioni la sera prima per intercessione genitoriale (sì, forse solo la sera prima, perché altra caratteristica dell’italico medio è il dover alimentare la scomodità per lenire il proprio anabolizzato senso di colpa). La segretezza nella quale ciascuno cela i propri intrallazzi, non fa apprezzare la dimensione del problema, convinto ciascuno di essere tutto sommato una privilegiata eccezione. Vista una goccia d’acqua, se non sei troppo limitato, puoi già immaginare che esista l’oceano, visto il tuo piccolo pezzo di mondo, con uno sguardo sincero e completo, puoi sapere come funziona a grandi linee il resto e farti le tue belle proporzioni. Se ci sono differenze fondamentali e macroscopiche tra un posto e un altro, non si tratta di “sfiga” di uni e “culo” di altri, si tratta, per uni di aver fatto scelte sbagliate, per altri azzeccate. E qui sono stati, per decenni, fatti errori tremendi di cui hanno beneficiato unicamente degli escrementi umani. In poche parole s’è erta e mantenuta una serie di deleteri e infausti, anacronistici meccanismi clientelari che ha del tutto pervertito e sconvolto, nella percezione di tutti, la sequenza normale degli eventi di un intero paese fino a renderlo non solo unico nel suo genere, ma instillando nella sua popolazione una passività e un fatalismo, una fifa e una incapacità ad affrontare gli eventi, che non hanno eguali altrove (sempre parlando di Occidente). Così tutti si affidano passivamente e stupidamente all’imponderabile, non si sentono autonomi, soggetti di diritto che possano vantare e pretendere qualcosa (un successo in virtù di un impegno) ma supplicano questo o quello o forze fantasiose. I più furbi questo o quello in privato, e poi le forze fantasiose pubblicamente, i più soli e derelitti le sole forze fantasiose. Tutti sono costantemente spaventati da situazioni che possono ribaltarsi, torcersi, o mai nascere, abortire, per ragioni ignote, che vengono ricondotte all’azione di queste “occulte forze universali”, mentre invece sono il frutto di manovre umane (occulte), di gruppi di potere, massoni, ecclesiastici, mafie, famiglie potenti, burocrati, corrotti. Tutta gente che non vuole e a cui non conviene altro che far credere che tali forze esistano ed agiscano, per sviare l’attenzione lasciando indisturbata la mano invisibile che loro manovrano. Non deve certo essere un caso, no, non lo è, che proprio qui ci sia oltre alla massiccia paura della sfiga anche il Vaticano, la massoneria e la mafia, gruppi che, seppure diversissimi tra loro, su dei punti hanno qualche similitudine: la perversione di regole semplici e lineari manovrando nel buio e lasciando la popolazione in una ignoranza (e fomentandola) che gli conferisce potere e margine di azione. Persino quello che potrebbe essere considerato (lo riconosco anche da non credente, per carità!) un alto fattore tipico dell’umana natura, il senso del sacro, in Italia non vive che nella sua piccola, patetica parodia: la superstizione, dove si vedono orde di rincoglioniti ancora dietro a Santi e statue, oggettini e ammennicoli che potrebbero spaventare o attirare l’attenzione solo di ignari legnaioli di secoli or sono. Ed eccoci a dover constatare il pubblico ludibrio di popoli più avanzati, a fare la figura dei buffoni in giro per il mondo, i pagliaccetti che fanno le corna, passano la vita a dirsi “in bocca al lupo” e urlano mettendo le mani avanti se ascoltano la frase “buona fortuna”, si palpano i genitali, evitano gatti e scale, hanno sempre studiato poco prima di un esame, rispondono sempre, al massimo con un “non c’è male” al un bel e allegro “come va?”, comprano corni, baciano pezzi di pietra, croci, anelli, ferri, hanno fifa di dire di stare -e persino di stare- bene per non attirare su loro ire varie, invidie, punizioni. Quindi mentono, raggirano, sono pietosi, non fanno altro che la figura dei mentecatti ovunque per il mondo e dinanzi a loro stessi, che sanno di essere schiacciati dalla loro dipendenza dalla paura. E poi, il peggio quando ci si mette di mezzo il sapientino di turno, per non parlare del prelato! Ricacciando alcuni magari le famose battaglie romane vinte o perse, gli auspicia, le interiora degli animali, gli aùguri, come se io fossi un romano antico, non mi fossi mosso da lì, se avessi bisogno sgozzare bestie e guardare trippe per mandare avanti le cose. Pietoso! Anche la paura della sfortuna è un riflesso di quella idea nefasta sulla quale campa in primis il clero: il senso di colpa. La paura di stare bene, di essere lieti, di pretenderlo e lottare per esserlo. No! Troppo comodo! Bisogna soffrire, stare male, ossessionati dal possibile torcersi del destino se si arriva alla gioia, convinti che si pagherà cara la felicità, la positività. Bisogna lamentarsi, implorare, ma soprattutto essere atterriti. Una popolazione così pavida, spaventata, implicitamente convinta di non poter governare nulla, di essere vessata e sottomessa da forze sovrumane e potenti che bisogna arruffianarsi è una vera cuccagna per certe categorie di parassiti, per loro è bene che si rimanga in questo stato primordiale affinché possano succhiare energie e potere a scapito del paese e della comunità. Inutile parlare del terreno che si va perdendo nel mondo grazie a tali egoiste carogne, discorso che a loro non interessa, visto che si punta sempre al basso, ad essere i primi e i signorotti dispotici di un angolo appartato di mondo dove si fa credere che viga una peculiare fisica delle cose, dove i numeri anche si comportano a modo loro, in modo diverso che nel resto del mondo. 


giovedì 1 marzo 2012

Il bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto. Una speculazione su una diatriba tra “ottimisti” e “pessimisti”.

Come andrebbe definitivamente visto il bicchiere riempito a metà? Nella sua accezione comune un bicchiere è un contenitore realizzato dall’uomo per ospitare una bevanda. Avere bevanda in abbondanza è positivo, la scarsezza della stessa è una disgrazia. Se uno incontra nella sua vita un bicchiere riempito esattamente a metà, (del contenuto che per uso esso suole ospitare in analoghe situazioni socialmente standard compiendo i requisiti di educazione, commerciali e quant’altro) al di là di mostrare inconsciamente, magari prima di rifletterci, una sua asseritamente particolare propensione personale nel soffermarsi su dati positivi (pieno) o negativi (vuoto) della vita, su quale delle due situazioni sarebbe più legittimato a propendere per definire l’avvenimento in modo corretto e razionale? Ebbene se pensiamo al fatto che, (la missione del bicchiere come oggetto), esso è costruito per ospitare una bevanda, si potrebbe a tutta prima pensare che trovare un bicchiere riempito a metà sia deludente, posto che esso è stato costruito per contenere il doppio del liquido che vi abbiamo rinvenuto all’interno ed il bicchiere andrebbe pertanto definito come: “mezzo vuoto”. Sì, ma se pensiamo che l’oggetto viene costruito sì per contenere liquidi potabili, ma che esso nasce vuoto e che riempirlo è un qualcosa di ulteriore rispetto all’esistenza di un bicchiere stesso e alla sua nascita, il fatto di trovare in esso la metà del suo contenuto è una bella fortuna, e pertanto il bicchiere andrebbe considerato “mezzo pieno”. Ok, ma se consideriamo che una volta che il bicchiere entra in contatto con un suo “riempitore” esso esplica la sua “forza contenutistica” in tutta la sua univoca potenza e il richiamo di liquido che emette non consente di fermare legittimamente il suo riempimento a metà a meno che non incorrano gravi e serie ragioni, il bicchiere trovato riempito solo a metà dovrà essere chiamato senza altra sorte “mezzo vuoto”. D’accordo, ma se consideriamo la vita canonica di un bicchiere, vedremo che esso nasce sì per contenere, all’uopo, un liquido potabile, ma che esso rimane per la maggior parte della sua esistenza del tutto vuoto, nell’attesa di venir riempito ed inoltre di solito viene vuotato con una certa rapidità per tornare ad attendere un successivo riempimento che a volte tarda ore o giorni interi, quindi il bicchiere è di solito vuoto e il fatto di imbattersi inopinatamente in un bicchiere contenente del liquido appetibile andrà senza dubbio considerato una fortuna, in termini statistici, e del bicchiere andrebbe senza dubbio apprezzato il fatto di essere, “addirittura mezzo pieno”. D’accordo, ma questo riabilita in certo modo, e trasforma, la considerazione precedente, visto che qui non si tratta di trovare un bicchiere qualunque, ma uno che abbia un certo vincolo con la circostanza di poter essere riempito. Non si tratta, infatti e per esempio, di tirarne fuori uno a caso da un bancale di bicchieri destinati al commercio nella grande distribuzione (e quindi per forza vuoto), o di fare una semplice operazione matematica calcolando la presenza contemporanea di tutti i bicchieri sulla faccia della terra e quella di bevande e di sapere a che punto del riempimento ci si troverebbe facendo una media tra la capacità degli uni e l’abbondanza delle altre in unità di tempo etc., anzi, implicitamente si sta dicendo e deve intendersi che il bicchiere in questione entra certamente in contatto con la situazione di poter essere riempito e che i due opposti estremi (colmo o vuoto) possono immaginarsi, anche statisticamente, come esattamente equidistanti dalla situazione concreta prospettata (il riempimento a metà) che ne è la media, e che in base a ciò il bicchiere potrebbe essere considerato nell’uno o nell’altro modo (mezzo pieno o mezzo vuoto) in termini del tutto simmetrici e indifferenti. In tal modo il vederlo in una o altra maniera non è vincolato ad altro che alla sola aspettativa personale rispetto a una determinata situazione intermedia tra due estremi di piacevolezza e frustrazione. Il corollario di questa ultima affermazione potrebbe essere che si pecca di superficialità nel vedere, come normalmente si fa, un ottimista in chi definisce il bicchiere riempito per metà (come “mezzo pieno”) e un pessimista in chi lo definisce “mezzo vuoto”. Il perché si pensa questo sta nel fatto che il primo saprebbe soffermarsi sul dato positivo della circostanza in cui si imbatte e prediligere tra i due estremi egualmente possibili e opposti (bicchiere vuoto o pieno del tutto) il lato positivo della circostanza stessa, la presenza di una metà di liquido e non l’assenza dell’altra metà. Al pessimista si dice esattamente il contrario: si sofferma sulla circostanza negativa. Vale a dire: tende a vedere con più forza ed evidenza i contorni negativi di una circostanza media tra due estremi. Ciò parrebbe ineccepibile, tuttavia se il punto della questione sono in un certo modo le aspettative personali di un soggetto rispetto a una situazione immaginaria e astratta equidistante tra due estremi, uno positivo ed uno negativo, si potrebbe pensare proprio il contrario di ciò che pare intuitivo ed evidente, cioè: che uno sia tanto ottimista in vita da aspettarsi un bicchiere pieno e che da ciò derivi l’atteggiamento di certa delusione nel trovarne uno riempito "solo" a metà e che per ciò gli salti subito e per prima alla vista la mancanza di bevanda. Pertanto sarebbe il disappunto a spingerlo a manifestare implicitamente un certo scontento. Viceversa chi di solito campa con basse aspettative (quindi in certo modo è pessimista e per questo più refrattario alla delusione) essendo propenso a pensare che il bicchiere apparirà tendenzialmente più vuoto che pieno si sorprenderà positivamente del contenuto e sarà su quello che soffermerà l’attenzione, preso da un moto di allegria. La situazione del famoso bicchiere (già) mezzo pieno o mezzo vuoto è dunque poco adatta a far emergere l'ottimismo di un individuo, mentre semmai lo potrebbe essere il sapere come ciascuno si immagina il futuro bicchiere che apparirà. Sempre considerando però che le doti divinatorie di ciascuno sono solo indice dell'intelligenza e frutto dell'uso razionale dei dati a disposizione nel presente laddove l'attitudine interna dell'essere pensante in nessun modo potrebbe trasformare la realtà.




domenica 11 dicembre 2011

LA SCENA DI ODIARE

 (idee da una conversazione col Guru sulla missione dell'arte)

Vivere è solo un vagare insensato, ignari nell’anelo frustrato di comprendere, verso qualcosa che sembra esserne la fine definitiva. Ci si ritrova di colpo e bisognosi di tutto in una specie di corsa forsennata scandita da spazio e tempo o da un divenire, un cambiamento che non cessa e non rallenta mai. Si finisce la vita nella paura, a pezzi, stanchi, esausti, fino a che un dolore ultimo spegne la fiamma di un corpo che era stato in un passato ormai mai esistito, più forte, più bello, più lieto. Ci si trova a partecipare a questa strana farsa senza poterla rifiutare, ma col miraggio di intendere o intuire che essa è stretta in un’infrangibile e ambigua morsa di terrore. Qui ormai è tardi, non c’è modo di rifiutare l’esistenza, non c’è modo di piegare le sue inflessibili regole, le regole del dolore e del piacere, di sentimenti e brame, e dell’ignoto. Detesto tutto questo. Detesto esistere e detesto che gli altri e tutto il resto esista. Detesto soprattutto che lo stupro di essere nato possa ingannevolmente vedersi mitigato da quei tiepidi e vani doni che ci promettono tanto apparente piacere, quando invece il destino ultimo delle cose può solo far male. Odio questo gioco ingannevole, costretti all’accattonaggio, divisi tra odio e amore, tra piacere e dolore. Sarebbe facile accettare amore e piacere, cercare di rifuggire impauriti il dolore e l’odio, ma non lo farò. Perché voglio dimostrami che detesto di esistere e non accetterò più come un miserabile, come quasi tutti fanno, i regali con i quali si vorrebbe spegnere la mia fiamma di rivolta, rendermi anche sorridente e mansueto oltre che schiavo e debole. Non voglio abbassarmi a recitare e mentire, ingannare per ottenere vanità. È bello amare ed è bello essere amati, è così facile lasciarsi trasportare, è così semplice avere tutto chiaro ed essere solari, o, come fanno i più, prendersi in giro piacevolmente gli uni con gli altri e così di nuovo abbassare la testa alle regole di un universo perverso e violento. È così facile che non lo farò mai più. Non appoggerò mai più l’esistente ed i suoi inganni, non mi farò corrompere né mi chinerò mai più ad accettare e riconoscere autorità esterne a me stesso, e rifiuterò tutti i tentativi per comprare un mio appoggio, svendere o intiepidire la mia bruciante ostilità ad esserci. Combatterò contro l’esistere e le sue regole perverse, in primo luogo quella che ci obbliga ad ingannare gli altri per ottenere un beneficio. Io pure li ingannerò, ma per non ottenerlo. Mentirò sempre, come tutti, più di ognuno, ma voglio essere così rigoroso e onesto nel mentire da arrivare ad essere odiato come chi dica sempre e solo la verità più brutale. Rifiuterò anche di fare del male ad altri, semmai ne farò solo a me stesso, perché chi rifiuta il meccanismo di volersi salvare nel quotidiano a scapito degli altri esseri o appoggiandosi a loro, usandoli, è colui che davvero si rivolta alle regole abiette e crudeli dell’esistenza. Odiando sé stessi si odia l’universo intero, e chi lo governa: quella regola che rende inevitabile la sofferenza e di propagarla verso altri. Vivrò la mia battaglia da giullare, nel poco che so fare, nello scrivere e nel parlare, laddove nelle mie esternazioni farò sempre in modo di risultare a tutti indisponente, abietto, sciatto, senza scadere mai in dialoghi empatici, senza blandire, senza autocompiacimento. Farò in modo che tutti mi detestino, mi renderò sgradevole, affronterò ogni umiliazione, ma sempre e solo nella mancanza di considerazione e rispetto, non vorrò mai la comprensione o l’appoggio di sconosciuti esserini in cerca di consolazioni, ma soprattutto non farò mai del male a nessuno, non sfrutterò mai nessuno, non chiederò nulla a nessuno, rifiuterò sempre tutti coloro che vogliano provare ad amarmi. Amerò solo a patto di non ottenere mai amore a cambio, senza che si sospetti che possa riuscirci e ostentando il mio odio per l’esistente. Il mio odio sarà una grande farsa, una farsa grande come l’esistenza stessa, un’antiodio, una presa in giro dell’odio, una sofferenza e un dolore che siano parodia della sofferenza e del dolore tranne che per me. Se necessario, infatti, mi sacrificherò pur di rivoltarmi, accetterò di essere odiato davvero e dilaniato dalla disapprovazione. Voglio che servi e piaggiatori del mondo diano per scontato di non essere in torto, che neppure mi prendano in considerazione, che si sentano non solo superiori, ma rifiutino ogni paragone con uno come me, vedendomi abietto, crudele, cinico, sessista, sadico, perverso, estremo. Voglio essere disprezzato da chi più brama e desidera ottenere cose nella vita, ammennicoli vari, beni, oggetti, potere e che perciò è chi davvero più disprezza gli altri e insensatamente cerca di allearsi con l’esistenza a scapito delle sue vittime. Voglio suscitare malessere dinanzi al mio linguaggio, la mia figura, la mia presenza nel ciarpame quotidiano dei morti viventi, voglio suscitare spesso un turbamento che allontani tutti schifati, non attragga nessuno. Eserciterò la mia ribellione facendo male solo a chi vuole che gli sia fatto male, il piacere del dolore è l’unico dolore che sono disposto a dare, negli unici momenti in cui si è davvero autentici e veri: quando di monta una scena, quando si sta mentendo ed interpretando un ruolo, nello sport, nel sesso, nel gioco, nell’arte. Si deve odiare solo l’esistente, ma non ogni ennesima vittima concreta di esso. Anzi, per odiare davvero l’esistenza si deve riuscire a non odiare altro e non far mai male a nessuno. Le fraterne vittime dell’esserci vanno odiate in scena, ma mai autenticamente, solo allora la scena di odiarle sarà un colpo di autentico odio e ribellione inferto alle regole dell’esistenza e simbolo di una rivolta senza scampo su esse.    

lunedì 28 novembre 2011

Traducción al español del Comentario al Primer Canto del Infierno de Dante (realizada sobre texto de V. Sermonti por V. G. Stipa)

 

Estuve realizando durante un tiempo la traducción de unos comentarios a la Divina Comedia que vienen de unas estupendas trasmisiones radiofónicas de hace unos años que fueron realizadas por Vittorio Sermonti, quien en Italia ha publicado también unos libros con el mismo contenido. El proyecto era de traducir toda la obra, pero nunca lo llevé a cabo ya que empecé a dedicarme a otras tareas. Realicé sólo unos cantos por iniciativa personal y de modo totalmente libre y sin el menor fin económico. El texto del poema no lo traduje yo sino que lo encontré en la Internet.



INFIERNO CANTO I


Los versos del comienzo de la Divina Comedia, en Italia, los conoce todo el mundo. El primer terceto de esta obra está tan profundamente arraigado en la memoria, que es casi un elemento imprescindible y propio de todo italiano, es parte del mismo ser italiano (n.d.t.).


En medio del camino de nuestra vida
me encontré por una selva oscura,
porque la recta vía era perdida.
…


Comienza así el poema más grande nunca escrito por un cristiano, en el que se cuenta de la peregrinación realizada por singularísima gracia divina por el poeta mismo Dante Alighieri, florentino de nacimiento, y para nada de costumbres, a través de los tres reinos de los muertos. Peregrinación que por alegoría significa el duro tirocinio moral y cognoscitivo de todo ser humano para librarse de su estado de culpabilidad y desesperación que le oprime, obtener paz para el breve tiempo de esta vida, y para la eterna la vertiginosa felicidad de la percepción de Dios. Pero además, y con un significado más general aun, también significa el itinerario de toda la cristiandad hacia el rescato común en la justicia.

La primera y casi elemental curiosidad de si Dante estuviera de verdad convencido de haber realizado este viaje imaginario en el más allá, o, por lo menos, si es esto lo que pretende que creamos nosotros los lectores, no tolera respuestas superficiales. Sobre este libro, como es generalmente sabido, se han escrito, literalmente, centenas de millares de otros libros, y contiene, este libro, pasajes, versos, adjetivos, pronombres, sobre cada uno de los que se han proporcionado, durante una exégesis de casi siete siglos, una multitud de interpretaciones inconciliables. El libro en su conjunto ha sido visto, leído, catalogado, como una visión beatífica, la novela teológica de todo ser humano, una epopeya alegórica y didáctica, un suma de ciencias herméticas, el panfleto cifrado de un templario, etc. pero también, ha sido visto como, el balbuceo sin sentido de un herético pedante, o incluso una escritura sacra. Es legítimo imaginar que muchas de estas interpretaciones hayan ido superponiendo a esta obra capas de significados segundos, terceros, y cuartos, que Dante mismo ignoraría y que probablemente no comprendería; pero también es cierto que muchos otros significados, laboriosamente tejidos por el poeta y escondidos bajo la trama del poema mismo, se han perdido para siempre. Pues, en cierto modo la candida pretensión de leer este libro como se leería una antología de emociones líricas, de leerlo, por así decirlo, con el corazón, a lo mejor es una pretensión un poco mezquina. También el corazón, de hecho, tiene sus propios prejuicios y una específica arrogancia. Nos queda sin embargo el consuelo de que un hombre nos haya destinado a nosotros, otros hombres, versos tan estupendos, puesto que en su tan alta y aguda locura, él creía en Dios y confiaba en nosotros.

Y bien! Dante Alighieri está contando que al llegar a la mitad de la vida humana, se dio cuenta de encontrarse en una selva oscura, y haber perdido el camino. Enseguida se sabrá que es de noche. En el Convivio, el tratado enciclopédico que Dante interrumpió al meter mano a la DC, la duración natural de la vida del hombre está fijada en los setenta años, conformemente a unos versículos de la Biblia, una compleja cábala numeral y las estimaciones de la ciencia médica de la época. En la selva oscura, por lo tanto, Dante se encuentra en los treinta y cinco años de edad. Que el año del cuento sea el 1300 parece ser cierto, tal y como veremos más adelante, y es probable que la noche sea la de entre el 25 y el 26 de marzo, a no ser la del 8 de abril, fecha en la que en aquel año caía el viernes santo. Se está, de todos modos, alrededor del equinoccio de primavera. El lugar geográfico, en cambio, es un sitio indeterminado del hemisferio boreal no muy alejado de la montaña de Sión. En términos simbólicos de todos modos sabemos que esta selva ‘salvaje y áspera y fuerte’, que es difícil de representar tal y como es terrorífica de recordar, significa, a la vez, un periodo atormentado e infeliz de la vida de Dante, y una fase de crisis institucional y de degradación moral del universo cristiano. Una selva tan ‘amarga’ que la muerte no lo es mucho más. Y sólo para tratar del bien que allí encontró, Dante está dispuesto a mencionar aquellas visiones espantosas que le visitaron en aquella selva. O, para ser más correctos, en el comienzo, al empezar aquella selva. De hecho si Dante poeta, no sabe decirnos de qué manera pudo entrar en ella, tan grande era su estado de sueño cuando dejó el ‘camino veraz’ –la diritta via- , tampoco nos dirá cómo consiguió salir de allí, y el cuento empieza justo cuando, Dante peregrino, al salir del bosque, que le había dado tanto pavor, ‘acongojado el corazón’, se asoma sobre una campo desierto, y mirando hacia arriba ve delinearse el dorso de un monte, o colina, ya alcanzado por los primeros rayos de sol matinal. El ‘planeta, que a todos lleva por toda senda recta’ es el sol, que la antigua cosmogonía de Tolomeo catalogaba como el cuarto de los planetas que giran alrededor de la tierra. Justo aquí, al pie del monte, comienzan el viaje y la historia. La selva famosa, que vive y perdura en la mente y en la memoria de todo italiano es poco más que un rápido prefacio. Ahora el miedo que había asaltado el peregrino se calma un poco, se ‘aquietó un poco el espanto’ que se había depositado en ‘el hueco del corazón’ de él, durante toda la noche que este avía pasado con tanto afán o angustia –pieta- y en este momentáneo alivio florece la primera y famosísima similitud del poema:


Y como aquel que con angustiado resuello
salido fuera del piélago a la orilla
se vuelve al agua peligrosa y la mira;

así mi alma, que aún huía,
volvióse atrás a remirar el cruce,
que jamás dejó a nadie con vida.


Es decir, como aquel que logra salir del mar proceloso casi sin poder respirar, da la vuelta y lo mira, de ese modo, su alma en la que perduraba el instinto a la huida, se volvió hacia atrás a mirar aquel camino que no dejó nunca a nadie con vida. ¿De qué ‘cruce’ se trata aquí exactamente? Más que de la selva, debería tratarse del confín, del límite fuera la selva, el pasaje entre la selva y el monte, que no ha sido nunca cruzado por un ser humano. Puesto que este cruce, debería significar, por alegoría el pasaje directo desde la vida en el pecado, es decir la selva, a la vida contemplativa, que el monte delineado en la luz del sol significa y promete. Sin embargo, este camino “directo” este “corto andar”, por el que Dante se aventura después de haber dejado descansar un poco el cuerpo cansado, no es, y es necesario aquí prestar atención, aquella ‘recta vía’ que él había abandonado como somnámbulo para perderse en la selva, puesto que este significaba el buen camino de la vida activa que, si queremos utilizar un esquema de dante enciclopedista, conduce a las personas sobrias y operosas, entre mil negocios y turbamientos, a la felicidad moral. Otro excelente camino es aquello trazado por el ejercicio intelectual que lleva al “miel de la contemplación”, aunque para recorrerlo, lo cual es justo lo que Dante tiene pensado hacer, es necesario librarse de las pasiones que oprimen nuestra pobre carne. Este optimo camino no es un atajo, es largo y extenuante, para alcanzar la cumbre del ‘deleitoso’ monte es necesario otro y más importante itinerario cognoscitivo, experiencia de la culpa y de la pena, y de la esperanza. El verso que indica, probablemente, el cansancio con el que Dante avanza claudicando hacia el monte a través de la ‘desierta playa’, ‘tal que el pie firme era siempre el más bajo’, justo por no tener una evidencia física, a ha sido motivo de sutiles y de despreocupadas lecturas alegóricas. Y pues, nada más empezar Dante a emprender este camino, se le presenta delante materializada como de la nada la imagen de una ‘pantera’ ‘muy ágil y veloz’ y de ‘piel manchada’ y le corta el camino de tal modo que él en repetidas ocasiones tiene la tentación de volver atrás. Sin embargo la hora matinal, y la dulzura de la estación le dan coraje y le dejan esperanza, ‘buen presagio’ ‘de aquella fiera la abigarrada piel’. En el texto original –a la gaetta pelle- es un galicismo claro. De hecho está empezando la primavera y el sol sube en el signo de Aries como cuando según tradición el Amor divino imprimió movimiento ‘por vez primera a aquellas cosas bellas’, los elementos del firmamento, creándolas. Por lo tanto la hora y la estación devuelven valentía al peregrino pero no tanto como para que no se vea espantado de nuevo por la aparición de un león, que se acerca furente por el hambre tanto que el aire mismo parece temblar. Sobre esta expersiòn a lo mejor puede confronatrse la poesìa de Cavalcanti ‘Chi è questa che vèn, ch'ogn'om la mira, che fa tremar di chiaritate l'àre’. Y la siguiente aparición es la de una loba, que ‘por su flacura’ parecía estar cargada ‘de todas las hambres’, es decir codicia de todo tipo. Con el horror que se desprende de su aspecto, -la sua vista- esta loba, que también ha aparecido del fondo negro de una pesadilla, como las dos bestias anteriores, comunica al peregrino tanta angustia que: ‘perdí la esperanza de la altura’, un verso que en su simpleza es misterioso. Se considera pacífico que las tres fieras que constituyen un obstáculo invisible para la ascensión del monte, es decir para el arrepentimiento y la conversión del pecador, son emblemas de un bestiario alegórico. Mucho menos pacífica es la asignación a cada animal de un determinado vicio o pecado. Siguiendo como de costumbre la línea explicativa de Sermonti, nos atendremos a las interpretaciones más antiguas que parecen ser las menos tortuosas. La pantera –lonza- significaría la lujuria, el león rabioso es la soberbia, y la loba la avaricia. Para quien insiste sobre el significado político de las tres fieras, se refiere en especial modo a la loba, que, efectivamente, al aparecer elimina las otras dos y en cierto modo las comprende. Esta bestia sin paz podría ser una figuración de Florencia, desmembrada por su propia codicia, o podría, e incluso con mayor probabilidad, ser la curia de Roma, y efectivamente deja margen para reflexionar la consideración que al haber extraído Dante las tres bestias de un oráculo del libro de Jeremías, en donde aparece el hambriento trío de la pantera, del león y del lobo, cambie de sexo al lobo. Delante de la loba, se estaba diciendo, el peregrino huye. Y en el estado de ánimo del avaro, (o según Contini del jugador) que no piensa sino a acumular y que cuando llega el momento que lo pierde todo cae en una melancolía obsesiva, Él se ve empujado por esta fiera engorda e inquieta en la oscuridad de la selva ‘donde calla el Sol’. Ni un ruido hasta aquí. La oscuridad es silencio del sol, callan incluso las imágenes. Y cuando en la ruinosa retirada se ofrece de repente a la vista de Dante personaje una figura amiga, Dante poeta la recuerda con una metáfora acústica como alguien que ‘por el largo silencio parecía mudo’ –fioco- es literalmente débil a la vista a lo mejor como si se tratara de una figura humana que parecía flébil, indefinida, casi como si aflorara desde una larga ausencia. Nada más verle en la playa desierta Dante grita algo como ‘ten piedad de mi seas quien seas, sombra o hombre concreto que seas’. Calmada y minuciosa la sombra responde: ‘No hombre, hombre ya fui, y lombardos fueron mis padres, y ambos por patria Mantuanos’, es decir, no soy hombre, fui hombre, y mis padres fueron de la Italia del norte, (esto significaba en la época de Dante lombardo) de Mantua; ‘Nací bajo Julio, cuando ya su parábola biográfica estaba al terminar, y ‘viví en Roma bajo el buen Augusto, en tiempos de los dioses falsos y embusteros’ (o mentirosos) es decir en tiempo de paganismo. Fui poeta, sigue la sombra, y canté de Eneas, ‘aquel justo hijo de Anquises’ que vino de Troya, después del incendio de la soberbia Ilion; pero tu, dice hablando con el peregrino, por qué vuelves a tratar de tanta angustia –noia- (es interesante mencionar que el término noia en el italiano de Dante tiene un carácter mucho más atormentado y fuerte que en el actual, que, por lo general, puede traducirse al español con ‘aburrimiento’) , ‘por qué no subes al monte que es principio y causa de completa felicidad?’ Le pregunta a Dante. Los datos biográficos proporcionados por esta sombra son ampliamente suficientes para que le reconozcamos, se trata del alma de Virgilio, el más grande poeta latino nacido en Mantua setenta años antes del nacimiento de Cristo, el ‘famoso sabio’ que la leyenda de la edad media describía como poseedor de un saber tan profundo arcano y desmedido que casi rozaba la magia negra, y aun así capaz de sentir una premonición acerca de la buena novela del nacimiento de Cristo. Dante le reconoce y encendiéndose de veneración, se dirige a este ‘Oh! ¿Eres tú aquel Virgilio, aquella fuente que expande de elocuencia tan largo río?’ y se recomienda para que la asiduidad con la que ha leído, y vuelto a leer, estudiado, su poema sirvan como mérito. Virgilio no es sólo su maestro sino también su ‘autor’ es decir, segundo la definición reportada en el Convivio, persona digna de ser creída y obedecida. Virgilio es el poeta con el que Dante se siente en deuda por el –bello stilo che gli ha fatto onore- es decir el bello estilo que le ha conferido tanto honor. ‘Bello estilo’ es término técnico y se equivale a estilo trágico; en el De Vulgari Eloquencia, el tratado en latín de retórica lingüística y poética también interrumpido al empezar la DC, Dante cataloga tres niveles estilísticos, el trágico o ilustre, el cómico o medio, el elegiaco o dimesso. Principal y máxima tragedia el la Eneida, y trágico es el estilo de las canciones sapienciales y morales que Dante había compuesto en la primera etapa de la madurez. Pero dicho esto, y a no ser por otra razón, sólo en consideración del hecho de que este poema se caracteriza por llamarse Comedia, habría que profundizar el discurso acerca de los tres estilos. Probablemente tendremos otras ocasiones. Siguiendo con el cuento, Dante señala a Virgilio la loba, y le suplica de salvarlo de aquella que lo hace temblar venas y arterias, y temblando se echa a llorar. Virgilio lo reconforta con elocuencia circunstanciada, dice: “si quieres salir vivo de esta selva sin cruzarte con la loba, debes tener otro viaje”, recordemos el ‘optimo camino’ del que hablamos, “de hecho esta bestia que te hace pedir socorro no deja pasar a nadie, sino que impide el paso de tal modo que acaba matando, y tiene una índole tan perversa y mala que nunca está satisfecha y tras comer tiene más hambre que antes. Son muchos los animales con los que se apareja y muchos más van a ser aun hasta que venga el Lebrel, que le dará dolorosa muerte”. Virgilio se expresa con gran claridad, y de un modo muy llano, sin embargo la loba de la que está hablando sigue siendo aquella madeja de alegorías sobre la que casi siete siglos de interpretación no han sido suficientes para poner orden. Por ejemplo no se tiene claro quienes son los muchos animales con los que se apareja, y si se trata de vicios o de personas. El Lebrel, además es un mero emblema, escondido en la deliberada oscuridad de la profecía: ‘no se alimentará de tierra ni de peltre, mas de sabiduría, de amor y de virtud y su patria estará entre fieltro y fieltro’. El Lebrel es un perro de caza ágil y despiadado, pero esta figura, a qué se refiere? De qué alusión se trata? Quién echará de Italia y del mundo cristiano la avaricia y la codicia que los destrozan? Se trata de un papa, o mejor aun de un emperador, o un determinado príncipe gibelino o un orden de frailes mendigos, o incluso de Dante mismo? Acerca de la identidad de este redentor del orden terrenal, hoy en día la mayoría de los exegetas prefiere no pronunciarse, y pensar que el mismo autor no entendiese referirse a una persona determinada de la historia. Pero, bien, entre las muchas profecías que se encuentran la DC esta es la única que tenga como objeto un evento que todavía no se había realizado en el momento en el que el poeta la escribió, es decir es la única auténtica profecía de la Comedia y de Dante. El peltre es una liga metálica utilizada en la acuñación de monedas y que el nacimiento del Lebrel se realizará probablemente entre prendas pobres, ‘fieltro y fieltro’, aunque se ha pensado también que con el primer ‘fieltro’ el poeta apuntase bien la ciudad de Feltre, o una esfera del cielo, el sombrero de Castor, etc. y también respecto al segundo ‘fieltro’ se maneja un gran abanico de opciones. Lo que está claro es que este Lebrel está destinado a salvar aquella humilde Italia para la que murieron en batalla los héroes de la guerra legendaria entre itálicos y troyanos, objeto de la poesía de Virgilio en la Eneida que la trata con imparcial piedad, que perseguirá a la loba ‘de cuidad en ciudad’ –di villa in villa- hasta segregarla otra vez, en ‘lo profundo del infierno, de donde la envidia la hizo salir primero’, la envidia de Lucifer. Aquí Virgilio comunica a Dante de haber tomado por su bien, en el texto italiano –lo tuo me’- “me’” forma abreviada de –meglio-, la decisión de conducirle a través de los espacios sin tiempo en los que escuchará los ‘desesperados aullidos’ y reconocerá a los ‘antiguos espíritus dolientes’, todos que invocan la segunda muerte, es decir a lo mejor el aniquilamiento definitivo en el lago de fuego que el libro del Apocalipsis promete a los condenados como extremo y desesperado epilogo. Dante verá también aquellos que en las llamas del Purgatorio ‘están contentos’ expían contentos sus propias culpas puesto que saben que entrarán, tarde o temprano, entre las gentes beatas, del Paraíso, y para visitar a estas últimas, termina el famoso sabio, y siempre si Dante tendrá el amino de desearlo, necesitará una guía más digna que él, y con ésta le dejará al despedirse. De hecho el Emperador que reina allá arriba, (si es verdad que todo pertenece al Impero de Dios, allá encima está su palacio real), no quiere que yo entre en la ciudad celeste, puesto que fui rebelde a su Ley. ¡Feliz aquel a quién para su reino escoge! Dante por lo tanto empieza en respuesta a decir que vuelve a suplicar que este le salve en nombre del Dios al que no conoció del mal que se le presenta delante y peor de la perdición eterna, de conducirlo allá dónde él dijo así que pudiere ver la puerta de san Pedro y aquellos condenados del infierno que me has representado como inmersos en tanta desesperación, ‘aquellos tan tristes que tú dices’. El antiguo poeta se mueve, el poeta moderno lo sigue. Y así concluye este primer canto, discontinuo irreal, nítido, como el cuento de un sueño. Pero para poder orientarse en este libro tan inmenso, complejo y grande como un universo, será necesario seguir adelante. De momento empecemos por el comienzo:

En medio del camino de nuestra vida
me encontré por una selva oscura,
porque la recta vía era perdida.

¡Ay, qué decir lo que era es cosa dura
esta selva salvaje, áspera y fuerte,
cuyo recuerdo renueva la pavura!

Tanto es amarga, que poco lo es más la muerte:
pero por tratar del bien que allí encontré,
diré de las otras cosas que allí he visto.

No sé bien redecir como allí entré;
tan somnoliento estaba en aquel punto,
cuando el veraz camino abandoné.

Pero así como llegué junto al pie de un monte,
allá donde aquel valle cesaba,
que de pavor me había acongojado el corazón,

miré en alto, y vi sus espaldas
vestidas ya de rayos del planeta,
que a todos lleva por toda senda recta.

Entonces se aquietó un poco el espanto,
que en el hueco de mi corazón había durado
la noche entera, que pasé con tanto afán.

Y como aquel que con angustiado resuello
salido fuera del piélago a la orilla
se vuelve al agua peligrosa y la mira;

así mi alma, que aún huía,
volvióse atrás a remirar el cruce,
que jamás dejó a nadie con vida.

Una vez reposado el fatigado cuerpo,
retomé el camino por la desierta playa,
tal que el pie firme era siempre el más bajo;

y al comenzar la cuesta,
apareció una muy ágil y veloz pantera,
que de manchada piel se cubría.

Y no se apartaba de ante mi rostro;
y así tanto me impedía el paso,
que me volví muchas veces para volverme.

Era la hora del principiar de la mañana,
y el Sol allá arriba subía con aquellas estrellas
que junto a él estaban, cuando el amor divino

movió por vez primera aquellas cosas bellas;
bien que un buen presagio me auguraban
de aquella fiera la abigarrada piel,

la ocasión del momento, y la dulce estación:
pero no tanto, que de pavor no me llenara
la vista de un león que apareció.

Venir en contra mía parecía
erguida la cabeza y con rabiosa hambruna,
que hasta el aire como aterrado estaba:

y una loba que por su flacura
cargada estaba de todas las hambres,
y ya de mucha gente entristecido había la vida.

Tanta fue la congoja que me infundió
el espanto que de sus ojos salía,
que perdí la esperanza de la altura.

Y como aquel que goza en atesorar,
y llegado el tiempo en que perder le toca,
su pensamiento entero llora y se contrista;

así obró en mi la bestia sin paz,
que, viniéndome de frente, poco a poco,
me repelía a donde calla el Sol.

Mientras retrocedía yo a lugar bajo,
ante mis ojos se ofreció
quien por el largo silencio parecía mudo.

Cuando a éste vi en el gran desierto
Ten piedad de mí, le grité,
quienquiera seas, sombra u hombre cierto.

Respondióme: No hombre, hombre ya fui,
y lombardos fueron mis padres,
y ambos por patria Mantuanos.

Nací sub Julio, aunque algo tarde,
y viví en Roma bajo el buen Augusto,
en tiempos de los dioses falsos y embusteros.

Poeta fui, y canté a aquel justo
hijo de Anquises, que vino de Troya,
después del incendio de la soberbia Ilion.

Pero tú, ¿Porqué a tanta angustia te vuelves?
¿Porqué no trepas el deleitoso monte,
que es principio y razón de toda alegría?

¡Oh! ¿Eres tú aquel Virgilio, aquella fuente
que expande de elocuencia tan largo río?
le respondí, avergonzada la frente.

¡Oh! De los demás poetas honor y luz,
válgame el largo estudio y el gran amor,
que me han hecho ir en pos de tu libro.

Tú eres mi maestro y mi autor:
tú sólo eres aquel de quien tomé
el bello estilo, que me ha dado honor.

Mira la bestia por la que me he vuelto:
socórreme de ella, famoso sabio,
porque hace temblar las venas y los pulsos.

Otro es el camino que te conviene,
respondió al ver mis lágrimas,
si quieres huir de este lugar salvaje;

porque esta bestia, por la que gritas,
no deja a nadie pasar por el suyo,
sino que tanto impide, que mata:

su naturaleza es tan malvada y cruel,
que nunca satisface su hambrienta voluntad,
y tras comer tiene más hambre que antes.

Muchos son los animales con que se marida
y muchos más habrá todavía, hasta que venga
el Lebrel, que le dará dolorosa muerte.

No se alimentará de tierra ni de peltre,
mas de sabiduría, de amor y de virtud
y su patria estará entre fieltro y fieltro.

Será la salud de aquella humilde Italia,
por quien murió la virgen Camila,
Euriale, y Turno y Niso, de sus heridas:

De ciudad en ciudad perseguirá a la loba,
hasta que la vuelva a lo profundo del infierno,
de donde la envidia la hizo salir primero.

Ahora por tu bien pienso y entiendo,
que mejor me sigas, y yo seré tu conductor,
y te llevaré de aquí a un lugar eterno,

donde oirás desesperados aullidos,
verás a los antiguos espíritus dolientes,
cada uno clamando la segunda muerte;

después verás los otros, que en el fuego
están contentos, porque unirse esperan,
cuando sea, a las felices gentes;

a las cuales, después, si quisieras subir,
un alma habrá más digna que yo para tu ascenso;
te dejaré con ella, cuando de ti me parta:

que aquel emperador, que allá arriba reina,
porque rebelde fui a su ley,
no quiere que a su ciudad por mi se llegue.

Impera en todas partes, y allá reina,
allá está su ciudad y allá su alta sede:
¡Feliz aquel a quién para su reino escoge!

Y yo a él: Poeta, te intimo
por aquel Dios que no conociste,
de éste y de peor mal que yo me salve,

que allá me lleves donde tú dijiste,
así que vea la puerta de san Pedro,
y a aquellos tan tristes que tú dices.

Entonces se movió, y yo me pegué detrás.